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Adolescenza, non è una malattia

Circa un anno fa, ad una conferenza sull’adolescenza, ho avuto la fortuna di ascoltare le parole di Philippe Jeammet, psichiatra e psicoanalista francese.

Nel suo discorso ha parlato a lungo di cosa capiti agli animali in quel periodo che li porta dalla pubertà all’età adulta: la sfida della crescita riguarda tutte le specie e in ogni caso comporta pericoli sia per il “cucciolo” che cresce, sia per l’adulto che già abita il territorio. Pericoli e fatiche che rientrano, dunque, nell’ambito di un fisiologico sviluppo con alcune reazioni istintive e del tutto attese: aggressività, fuga, sottomissione.

Nell’uomo le cose non sembrano andare in maniera tanto diversa: pensare ad un figlio adolescente ci riporta subito a quanto appena descritto per gli animali, accompagnato ad una dose di emozioni molto forti. Proprio la rabbia, l’impotenza, l’aggressività alternate a momenti di estrema gioia, intima vicinanza, idealizzazione spesso lasciano l’adulto esterrefatto e confuso, al punto da pensare che queste manifestazioni siano patologiche, soprattutto quelle che smuovono sentimenti negativi e difficili da gestire.

Nella scoperta di nuovi territori il giovane che cresce si difende dal timore di essere abbandonato (“non mi guardi”) e di essere invaso (“se mi guardi troppo, cosa c’è dentro di me?”); di fronte al pericolo risponde come gli altri animali (con l’aggressione, la fuga o la sottomissione),e con un bagaglio in più, caratteristico dell’essere umano: la capacità riflessiva.

Nell’adolescenza il pensiero è il nuovo ammennicolo con cui giocare, ma anche nuovo potere da imparare a scoprire. Spesso l’utilizzo massiccio di pensieri su di sé e sugli altri possono suscitare quelle reazioni emotive forti e non controllate di cui si parla sopra.

 La capacità dell’adulto di cogliere le emozioni che muovono i comportamenti dei figli può sostenere tanto l’anelito di indipendenza, quanto il bisogno di cure, senza rendere ambigui i ruoli; nella presentazione del suo libro “Adulti senza riserva” Jeammet scrive: “per vivere, gli adolescenti hanno bisogno che gli adulti facciano gli adulti e sappiano dare sostegno ma anche imporsi con autorevolezza. Soprattutto, hanno bisogno che, con la loro stessa esistenza, gli adulti diano prova dell'interesse che la vita ha in se stessa, nonostante le sconfitte e i dolori inevitabili”.

 

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